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Capitolo I
Pietro Bonera
Prima di continuare, lascia che mi presenti.
Mi chiamo Pietro Bonera.
Faccio l’investigatore privato a Palermo.
Sì, lo so cosa stai pensando. Palermo è piena di queste agenzie. Americanate del cazzo, impermeabile lungo, whisky sul tavolo e donne che bussano alla porta nel cuore della notte.
Lascia perdere.
La verità è molto meno elegante diceva qualcuno.
Il mio ufficio sta in un palazzo che cade a pezzi vicino al porto, in via Crispi. La targhetta sulla porta è storta, arrugginita e l’ascensore funziona un giorno si e uno no. I clienti arrivano con problemi che nessuno vuole toccare. Tradimenti, soldi spariti, figli che non tornano a casa.
La verità, insomma. Quella cruda che nessuno vuole sentire.
Ed è curioso, sai. Tutti dicono di volerla. Poi quando gliela porti davanti agli occhi, improvvisamente non la riconoscono più. Si nascondono dietro ad un maledetto dito del cazzo.
Io invece ci ho fatto amicizia con quella bastarda. Non perché sia coraggioso. Solo perché nella vita ho perso abbastanza cose da non avere più paura di trovarne altre.
A Palermo la gente pensa che il male abbia sempre una faccia precisa. Mafiosi, delinquenti, gente con lo sguardo cattivo.
Tutte stronzate.
Il male spesso ha la faccia di qualcuno che conosci da una vita. Qualcuno che ti sorride. Qualcuno che ti prepara il caffè la mattina.
Io queste cose me le ripeto spesso ad alta voce. Sì, parlo da solo. Domande, risposte, ragionamenti buttati lì come se davanti avessi qualcuno disposto ad ascoltare. Succede quando passi troppo tempo a rovistare nelle vite degli altri. Le domande restano appese nella testa e prima o poi devi tirarle fuori. Anche se l’unico che ti risponde sei sempre tu.
Quella sera ero seduto alla scrivania del mio ufficio con la solita cena da investigatore fallito: spaghetti di soia cinesi.
Direttamente dal box di cartone.
Con le bacchette.
Un’abitudine che mi porto dietro da anni. Economica, veloce e non sporca piatti. Palermo è piena di ristoranti, ma io continuo a mangiare roba cinese come uno studente fuori sede.
Ogni tanto sollevo gli spaghetti, li guardo e mi chiedo ad alta voce:
«Pietro, ma dove cazzo sei finito stavolta?»
Di solito non arriva risposta.
Quella notte, però, arrivò una telefonata.
Il telefono aveva squillato da poco dopo mezzanotte.
Luisa Mantegna.
Il nome era rimasto a vibrare sullo schermo qualche secondo prima che rispondessi.
Non ci sentivamo da mesi.
Forse un anno.
Ma certe persone non spariscono davvero dalla tua vita. Restano appese da qualche parte nella memoria, come fotografie in bianco e nero dimenticate in fondo a un cassetto impolverato.
«Pietro… scusami se ti chiamo a quest’ora.»
La voce di Luisa non era cambiata molto.
Aveva sempre quella nota incerta, impastata dal fumo. Come se ogni parola dovesse chiedere il permesso prima di uscire.
Ci conoscevamo da quando avevamo dieci anni. Stessa scuola elementare, stessi pomeriggi passati a rincorrerci tra i vicoli del quartiere.
Poi la vita fa quello che sa fare meglio. Ti separa senza chiedere scusa.
Io ho scelto un mestiere che non perdona niente.
Cercare la verità.
Non è un lavoro elegante come nei film.
È più simile a scavare nel fango a mani nude.
L’agenzia che ho a Palermo è rimasta la mia unica certezza in questa vita di merda. L’unico posto dove so ancora come muovermi.
Luisa invece aveva scelto una vita più tranquilla.
O almeno così sembrava.
Aveva sposato Alberto Mantegna, proprietario di un bistrot elegante nel centro. Uno di quei posti dove i bicchieri sono sempre lucidi, i clienti parlano a bassa voce e il conto arriva senza bisogno di guardarlo.
Una famiglia rispettabile.
Due figli.
Luna e Marco.
Luna era la luce della casa. Laureata in economia aziendale con il massimo dei voti. Precisa, intelligente, ambiziosa. Aveva già deciso che Palermo le stava stretta. Sognava il nord Europa. Una città dove nessuno la conoscesse, avrebbe cambiato i propri connotati se fosse stato possibile.
Aveva lo sguardo di chi pensa sempre due passi avanti agli altri.
Marco invece arrancava all’università da anni. Cambiava corsi di studio come si cambiano le camicie mai stirate o le canne che puntualmente fumava.
Non era stupido.
Semplicemente non sapeva dove mettere i piedi.
E poi c’era Nitto.
Il fidanzato di Luna.
Magro, occhi scuri, testa sempre piena di pensieri. Carattere duro.
Stava preparando una tesi in Filosofia della Conoscenza e della Comunicazione.
Parlava poco. Ma quando lo faceva sembrava scavare sotto le parole.
L’ho incontrato una volta soltanto. E a volte una volta basta.
Gli uomini che passano troppo tempo dentro la propria testa di solito nascondono qualcosa.
La casa dei Mantegna comparve dietro l’ultima curva.
Un palazzo elegante, stile liberty. Uno dei pochi rimasti integri a Palermo.
Portone lucido. Balconi ordinati.
Il tipo di posto dove la gente pensa che il male non possa entrare. La gente pensa un sacco di cose sbagliate.
Parcheggiai e rimasi seduto in macchina per qualche secondo.
Il silenzio mi scivolò addosso lentamente.
In quei momenti la mente fa sempre lo stesso giro.
Vent’anni.
È il tempo che era passato.
Vent’anni da quando avevo visto mia figlia l’ultima volta.
La ricordo ancora con le trecce scompigliate e le ginocchia sbucciate.
Aveva cinque anni quando sua madre aveva deciso di sparire dalla mia vita e trasferirsi all’estero.
Nessuna scenata.
Nessuna spiegazione.
Solo una porta chiusa. Sbam!
Da allora ho imparato a convivere con una stanza vuota dentro di me.
Ogni tanto provo a immaginarla.
Vent’anni.
Una donna ormai.
Chissà se mi assomiglia. Chissà che voce ha. Quando quel pensiero diventa troppo pesante faccio l’unica cosa che so fare davvero bene.
Lavorare.
Scesi dall’auto e salii le scale.
Luisa mi aspettava dietro la porta.
Quando aprì capii subito che qualcosa non andava.
Non era solo stanca.
Era spaventata.
Gli occhi lucidi.
Le mani che non sapevano dove fermarsi.
«Grazie per essere venuto» disse.
Entrai senza parlare.
Il salotto era ordinato. Profumava di caffè e detersivo.
Tutto al suo posto.
Troppo al suo posto.
«Alberto?» chiesi.
«È fuori città.»
«E i ragazzi?»
«Marco è da amici… Luna è a casa.»
Luisa si sedette lentamente sul divano.
Poi abbassò lo sguardo.
«Pietro… ultimamente Luna è strana.»
Non risposi.
Aspettai.
Noi investigatori impariamo presto una cosa: quando qualcuno ha paura della verità, le parole arrivano sempre a pezzi.
«Fa domande… troppe domande.»
Accesi una sigaretta e guardai il fumo salire verso il soffitto.
Fuori la pioggia continuava a battere sui vetri.
Quello che sto per dirti, però, allora non potevo saperlo.
Nessuno poteva.
Ma poche ore dopo quella stessa casa sarebbe diventata una scena del crimine.
E Luna Mantegna sarebbe stata trovata morta nel suo salotto.
Uccisa con una violenza che non appartiene agli estranei.
Colpi duri alla spalla.
Alla testa.
Al viso.
La porta d’ingresso perfettamente chiusa.
Nessun segno di effrazione.
Come se l’assassino fosse entrato con la stessa naturalezza con cui si entra nella propria casa.
Come se Luna avesse aperto la porta senza paura.
Perché c’è una cosa che devi sapere.
A volte il pericolo non arriva da fuori.
A volte vive già dentro le mura.
E sorride mentre ti prepara il caffè.-